giovedì 4 febbraio 2016

L'ho vista andar via



Vi do quel che posso.
A te che hai cucito con le mani la mia solitudine
A te che hai direzionato il mio volo con rassegnazione.

Se avessi cancellato tutte le parole che vi hanno sostituito in questi anni
avrei avuto soltanto carezze e baci.
Se avessi creduto di essere il risultato dell'amore
sarei scivolata sui vuoti e avrei ballato sulle distanze.

Oggi nuoto nel mare che mi avete lasciato
quello in cui mi avete abbandonato
e dico a me stessa una verità che non spaventa più.

Sono fatta di parole
quelle che non mi avete mai detto.

Io sono la mia parola.
La sola che scritta
mi restituisce quel senso
che fingendo di vivere

ho perso ogni giorno.

martedì 26 gennaio 2016

Luna, lo sai.


foto di Jan Poloni Photography

Io in questa città non ci voglio abitare e lo scrivo su un foglio di un diario che non voglio aprire mai più.
Lo scrivo con la penna sulla pelle che conosco, sulle righe che mi hanno illuso e salvato.
Io non voglio abitare nessuna città, nessun luogo, nessun corpo.
C'è stato un tempo in cui, nel bosco, le fiabe delle ossa risuonavano dolci.
C'è stato un luogo, un uomo, una storia.
C'era, quella volta, la mia vita unita ad un'altra.
Lì, su quella collina, le mie labbra hanno catturato l'aria innocente e i miei occhi hanno accettato le albe più dure, quelle in cui ci si deve coprire con le braccia, le gambe, la schiena e le unghie.
La nostra collina, in quelle sere, è stata l'unica casa che ho accettato e i suoi occhi, i soli amanti che ho desiderato.
La passione delle nostre mani cambiava le stagioni.
Noi cambiavamo tutto.
L'inverno e l'estate.
C'era la nebbia e subito dopo la pioggia.
E poi la neve e il caldo insopportabile.
C'era la brina sulle foglie dei nostri alberi.
E poi il sudore ghiacciato sulle nostre nuche.
Lui, la mia musica, e io sdraiata su quel cielo che avevamo scelto di difendere, insieme.
Su quel manto di cristallo e seta blu gli ho donato la mia vita, il mio tempo, il mio spazio.
Ho perso, per quelle notti, tutte le mie coordinate.
Oggi, senza di lui, io, non vivo più.
Io, oggi, in questa città non ci voglio abitare
e maledetta sarà la mia anima
se la banalità di questi asfalti mi catturerà
se i confini di queste mura mi imprigioneranno
se le coperte mi proteggeranno dal freddo
se la mia vita sarà vissuta comunque, senza di lui.
Io
che sdraiata sul cielo
ho conosciuto il mio cuore.

martedì 29 dicembre 2015

Binari




Viaggio alla ricerca della parola più difficile. Percorro strade sconosciute e mi affido alle righe degli uomini che sono quello che hanno avuto il coraggio di scrivere. Mi affido alle loro lettere, a loro che sanno dire il non detto con l'inchiostro più semplice. Onestamente, devo dirlo, mi fido di alcuni, pochi, pochissimi, tra questi. Cerco la mia parola, la più difficile, la più sofferta e non la trovo. Su queste vie sento echeggiare mondi lontani, città invisibili, dove Marco Polo disegna per me i contorni di quelle vite che io non vivrò mai. Marco Polo. L'uomo scelto dall'uomo che io ho scelto. Mi illudo, allora, che tra questi vicoli, qualcuno stia aspettando di scegliere me e la mia, ancora, banale parola. La conoscenza balla in piazza con l'esperienza e se la ridono. Dovreste vederle. Se fossi meno vigliacca, meno egoista, meno pigra, leggerei ovunque a qualsiasi costo. Leggerei e non sarei mai sazia. Se fossi meno cosciente della mia malattia adesso ballerei anche io al centro di questa inesistente città.
Marco Polo, mio amato, mia guida, prescelto del mio prescelto, da te voglio sapere soltanto tre cose.
Esiste una città in cui regalano la curiosità, dove questa non è data per scontata a tutti ma viene concessa in caso di mancanza?
Esiste un luogo in cui la mia parola possa avere il senso del nuovo senza la conoscenza del vecchio? Esiste un posto in cui io possa essere senza essere stata?
Parla ora,
ti prego
parla.

lunedì 14 dicembre 2015

Assenza. Astinenza. Ascolta



Pag. 28
Diario anonimo

"Le mie necessità riposano sulle rive dei mari più aspri.
Quel che è necessario, quando è impossibile, diventa quello che non si ha.
Lo stomaco si chiude a intervalli discontinui e io non riesco a calcolare la distanza che intercorre tra una fitta e l'altra.
Fa male, mio cuore, fa male, miei occhi, fa male tutto e non smette.
A intervalli, quando vuole, lo stomaco mi parla e mi riempe di insulti.
Io metto le mani nell'acqua nella speranza che possa avvenire il miracolo.
Che l'acqua mi dia quel che per me è necessario.
Quante bugie dette alla mia pelle per farla sembrare normale.
Le parole cattive, quelle che sporcano le serrande della casa sul lago, a me fanno più male. 
Male quando non sanno fermarsi,
male quando la bocca che le dice si spalanca e non si chiude più.
Dio che male, Dio.
La bocca, io, me la tappo ancora e ancora.
Gli occhi, però, non so chiuderli.
Lo vedo e non lo spiego sperando che sbiadisca
e non sbiadisce mai.
Quando diventerò io il lago
e tu la finestra
e loro le parole cattive che sporcano?
Le mie necessità sulle rive di questo mare aspro,
ecco dove sono.
Io non le prendo, non mi va.
Da qualche tempo mi faccio fare la vita dagli altri e nel sotterraneo non ci vado più.
Non ho più un posto, capisci?
Ma che ne vuoi sapere tu che di posti sicuri ne hai quanti ne vuoi.
Io ne avevo uno, uno solo e adesso
mi faccio fare la vita e non vivo più.
Urlo, piango, strappo il foglio, abbasso la serranda e mi piego.
Lo stomaco fa così male che ormai ho disimparato a respirare.
Se avessi avuto un sogno, un portafoglio e una bustina di the sarei stata una regina.
Poi tanti "bla" troppi "cosa?" altrettanti "aspetta" e io la regina non l'ho mai saputa fare.
Dio che male,
Dio.

sabato 5 dicembre 2015

I nomi che spiegano

                    Foto di Andrev Antonelli

Esaù ha un problema: dipende dai suoi problemi.
Qualche volta, quando è da solo a casa, chiude la porta a chiave, apre la finestra e si siede lì, davanti a tutto. Una scena simile a "L'infinito" di Leopardi e al "Mi isolo" di Chiunque.
Guarda la sua vita Esaù.
La vede sugli alberi, sui tetti, nelle strade, alle fermate degli autobus.
A stare lì, Esaù, la da vinta a tutti quelli che hanno sempre pensato che non si sarebbe potuto chiamare in nessun altro modo. Un uomo intrattabile, solo questo e niente più.
Non parla, non sogna, non gioca, non si brucia. Se ne sta su quella sedia e per qualche ora si lascia accarezzare dalla sua malattia. I telefoni squillano contemporaneamente in ogni casa intorno a lui lanciandogli segnali di collettività. Un uomo solo, però, beve soltanto dal suo bicchiere. Un uomo solo davanti alla finestra, vede soltanto la sua vita e quella di nessun altro.
La disintossicazione, lo sa bene, è un lavoro che richiede sacrificio.
"Non chiedetemi, vi prego, di lasciare questa sedia. Sono un uomo buono, un uomo gentile.
Non faccio male a nessuno da qui, lo giuro."
La finestra fa di Esaù un uomo vigliacco. Come chi ha deciso di smettere di fumare e lascia un pacchetto di sigarette nel cassetto. Come chi diventa vegetariano e toglie il prosciutto dal panino.
Se la patologia resta a portata di mano ci si sente rassicurati. Questa è la verità.
I disturbi che si eliminano senza troppa fatica sono bruscolini già sbucciati e Esaù non mangia quasi mai. Quasi niente.
Un uomo intrattabile, burbero, rude. Tutto questo è quello che vuole essere. È inutile che finga a se stesso di essere una presenza leggera. Lui da quella finestra non spiccherà mai il volo.
Resta seduto, cementato a terra, incollato con i suoi problemi a un pavimento che sotto non ha altro che pietre.
L'altra verità è che la consapevolezza (che il grande pregio dell'uomo) rischia di diventare nemica di chi ha una dipendenza. Esaù, ad esempio è un uomo intelligente e difettoso. È cosciente di avere quel problemuccio lì ma lo vuole a tutti costi tenere al riparo. È consapevole di avere un male che non vuole curare.
Guarda la sua vita Esaù e sembra così bella vista dalla sua prospettiva.
La vede ovunque, su chiunque. Sugli alberi, sui tetti, nelle strade, alle fermate degli autobus. La vede e, quando vuole, la vive.

I problemi, a volte, sono così importanti che non si può far altro che custodirli, gelosamente, scrupolosamente, furtivamente, per sempre. Su una sedia, davanti a una finestra.

lunedì 23 novembre 2015

Quando piove, piove tutto



Una sera avevo sentito la storia di un cantante di musica blues scappato dall'America per andare a Parigi a cercar fortuna. Avevo subito pensato che era una follia, che uno non può scappare dalla terra dei sogni per andare in un posto dove di fortuna non la trovi nemmeno a pagarla. Avevo deciso di cercarlo, volevo sapere se poi alla fine ci era riuscito, se alla fine andarsene da un posto sicuro per sfidarsi gli aveva portato dei buoni risultati. Avevo bisogno di sapere se a qualcuno era andata bene per sperare, per incominciare a farlo. Il cantante si chiama Adam e quella sera avrebbe suonato in un piccolissimo pub semi sconosciuto. Avevo ragione io a pensare che era stata una scelta sbagliata, a quell'ora se fosse rimasto a casa sua avrebbe sicuramente fatto una vita più dignitosa piuttosto che essere un sottopagato cantante da piano bar. Quella sera mi sono seduto in un tavolino proprio davanti al palco e ho preso un bicchiere di vino. Quando Adam ha iniziato a suonare la prima cosa che ho notato sono stati i suoi occhi, sembravano vergognarsi. Cantava e sembrava voler chiedere scusa a tutti per quella voce bellissima e la per il suono della sua chitarra. Ipnotico. Guardandolo continuavo a chiedermi se l'avesse trovata la sua fortuna. Ho aspettato fino alla chiusura del locale, perché dovevo chiederglielo, non me ne sarei potuto andare senza saperlo.
Adam aveva l'aspetto di un uomo d'America, un pò trasandato e riaggiustato. La sua voce era bellissima anche quando parlava, non potevi far a meno di ascoltarlo ma più di tutto, aveva una storia e aveva deciso di raccontarmela.
Si accendeva una sigaretta dietro l'altra, quasi come fosse obbligato, e ad ognuna di esse faceva sempre una piccola pausa, come se con loro finiva anche il pensiero che mi stava esponendo.
: "La Fortuna, l'hai trovata?" gli chiesi.
Adam aveva sognato la fortuna, l'aveva vista in quei pomeriggi cupi,l'aveva contemplata nelle sere d'estate, aveva creduto in lei. Credeva, a differenza di molti, che il sacrificio glel'avrebbe fatta conoscere. Per Adam la fortuna era una bella donna, una di quelle intoccabili, una di quelle per cui aspetteresti tre vite, una di quelle irraggiungibili, ma visibili. Non era fortunato, non lo era mai stato. Tutto quello che aveva avuto, lo doveva a quella voce rotta dal fumo, a qualcosa di non suo, qualcosa che aveva acquisito con il tempo. Non aveva talento ma soprattutto non era fortunato, e questo lo deprimeva. Suo padre Joe non avrebbe mai fumato, non avrebbe nemmeno toccato una bottiglia di whiskey. Adam mi diceva che suo padre non era un sognatore, che forse un sogno non l'aveva proprio mai fatto o se mai l'avesse fatto non se lo sarebbe mai ricordato, ma era un uomo ugualmente saggio e largo di vedute, a tal punto che aveva permesso ad Adam di non fare il suo lavoro, di non riempirsi le mani di calli come aveva dovuto fare lui.
La sigaretta era finita, e con lei anche il momento dedicato a questo primo pensiero. Gli succedeva sempre così. Quando fumava la sua mente ripercorreva l' infanzia costringendolo a ripassare per la strada di casa. Come se quel dannato pacchetto fosse il suo psicologo. Alla fine di quella sigaretta, si era ricordato il perché del suo disprezzo verso le persone pazienti, verso tutti coloro che sanno aspettare senza per questo sentirsi dei falliti. Il "tutto e subito" di Adam non era dovuto ad una voglia spropositata di arrivare nel punto prescelto e nemmeno alla fretta di avere qualcosa. Adam non era paziente perché il tempo non lo era stato con zia Lilly. Era il 18 novembre, le foglie non sembravano volersi staccare dagli alberi, era una di quelle giornate in cui si può passeggiare senza avere fretta. Adam era seduto sul muretto di casa sua, e stranamente quel giorno aveva qualcosa da osservare. Dall'altra parte della strada, quel giorno, Il vicino Jack aveva deciso di pitturare lo steccato, e questo era molto strano. Erano anni che quella casa si presentava nello stesso modo, bianca pallida,consumata, vecchia e tutti ormai c'avevano fatto l'abitudine. Adam proprio non se lo spiegava. Il verde della tintura lo infastidiva,non era pronto per un cambiamento del genere, e non lo sarebbe stato mai più. Un'ora dopo, Lilly, l'unica sorella di papà Joe, sarebbe morta. Adam avrebbe voluto che quella casa fosse rimasta bianca perché inconsciamente credeva che se le cose intorno a zia Lilly non fossero cambiate, non sarebbe cambiata nemmeno lei. Joe quel giorno, e per tutti i 18 novembre che sarebbero venuti, si era seduto sul muretto accanto al figlio, e insieme videro cadere le prime foglie. Così avevo capito. Adam aveva bisogno di credere e di farlo subito perché tutto poteva cambiare in un istante. Un giorno si era svegliato e aveva deciso che quel paese non era più suo, che non era più disposto a sedersi su quel muretto vedendo la sua vita passargli davanti. Sarebbe potuto restare, ma aveva scelto di partire.
: "Ho avuto l'impressione che ti vergognassi mentre cantavi. Perchè?" gli chiesi.
Adam smise di fumare, mi guardò dritto negli occhi e mi disse
: "Chi è l'eroe, quello che resta o quello che se ne va?"

Mi fece l'occhiolino e se ne andò.

martedì 17 novembre 2015

Banalmente sassi





Ticchettii di una vita a fatica. Una vita e basta. Una vita e tante altre. Senti che rumore che fanno i miei occhi, sentilo fino a non poterne più. Rendi il mio fiato più pesante, non farlo sembrare un passeggero incostante. Sento la pelle che si fa più elastica. Sento le gambe che ballano e la musica non smette. Non smette. Rapisci la tua debolezza e dammela. In mano, sul cuore, con i gomiti. Cammino ancora sulla mia rabbia. Ma che bella luna che hanno al di la del fiume. La chiamano per nome e ci fanno l'amore. E poi la musica c'è ancora. Sento che ridono e questo un po' mi dispiace. Prendo la
giacca e vengo con te. Oppure prendi la sabbia e stai da solo. Quanta fame ancora devo avere per poterti accarezzare? 
Quando mi chiamavano "felce" tu pescavi con le mani le parole.
Le canoe erano attaccate agli alberi e dell'acqua si aveva ancora paura. La paura pulita delle cose che ami e non vuoi  toccare. Quasi quasi l'amore lo faccio davvero, tanto che importa a quelli lì, la luna la chiamano comunque per nome. Non ci sono le stagioni per i nostri cognomi. Per i nomi poi, non ci sono le ore e forse nemmeno i minuti. Prendi la tua ingenuità e dammela. In mano, sul cuore, con i gomiti. Passeggio ancora sulla mia incoerenza. So che non basterà la tua pace. La luna è cosi bella quando non è mia. Quando la invidio e mi maledico. Quando la vedo nelle tue braccia e non ne resta nemmeno una parte per me. Sai che il ticchettio sta diventando una musica e non fai niente per fermarmi. Che strano modo che hanno di amare gli uomini al di la del fiume. Se senti anche tu che ridono allora vieni con me. Nelle mani, sul cuore, con i gomiti.E dell'acqua si ha ancora paura. La paura pulita delle cose che ami e non vuoi toccare.