lunedì 23 novembre 2015

Quando piove, piove tutto



Una sera avevo sentito la storia di un cantante di musica blues scappato dall'America per andare a Parigi a cercar fortuna. Avevo subito pensato che era una follia, che uno non può scappare dalla terra dei sogni per andare in un posto dove di fortuna non la trovi nemmeno a pagarla. Avevo deciso di cercarlo, volevo sapere se poi alla fine ci era riuscito, se alla fine andarsene da un posto sicuro per sfidarsi gli aveva portato dei buoni risultati. Avevo bisogno di sapere se a qualcuno era andata bene per sperare, per incominciare a farlo. Il cantante si chiama Adam e quella sera avrebbe suonato in un piccolissimo pub semi sconosciuto. Avevo ragione io a pensare che era stata una scelta sbagliata, a quell'ora se fosse rimasto a casa sua avrebbe sicuramente fatto una vita più dignitosa piuttosto che essere un sottopagato cantante da piano bar. Quella sera mi sono seduto in un tavolino proprio davanti al palco e ho preso un bicchiere di vino. Quando Adam ha iniziato a suonare la prima cosa che ho notato sono stati i suoi occhi, sembravano vergognarsi. Cantava e sembrava voler chiedere scusa a tutti per quella voce bellissima e la per il suono della sua chitarra. Ipnotico. Guardandolo continuavo a chiedermi se l'avesse trovata la sua fortuna. Ho aspettato fino alla chiusura del locale, perché dovevo chiederglielo, non me ne sarei potuto andare senza saperlo.
Adam aveva l'aspetto di un uomo d'America, un pò trasandato e riaggiustato. La sua voce era bellissima anche quando parlava, non potevi far a meno di ascoltarlo ma più di tutto, aveva una storia e aveva deciso di raccontarmela.
Si accendeva una sigaretta dietro l'altra, quasi come fosse obbligato, e ad ognuna di esse faceva sempre una piccola pausa, come se con loro finiva anche il pensiero che mi stava esponendo.
: "La Fortuna, l'hai trovata?" gli chiesi.
Adam aveva sognato la fortuna, l'aveva vista in quei pomeriggi cupi,l'aveva contemplata nelle sere d'estate, aveva creduto in lei. Credeva, a differenza di molti, che il sacrificio glel'avrebbe fatta conoscere. Per Adam la fortuna era una bella donna, una di quelle intoccabili, una di quelle per cui aspetteresti tre vite, una di quelle irraggiungibili, ma visibili. Non era fortunato, non lo era mai stato. Tutto quello che aveva avuto, lo doveva a quella voce rotta dal fumo, a qualcosa di non suo, qualcosa che aveva acquisito con il tempo. Non aveva talento ma soprattutto non era fortunato, e questo lo deprimeva. Suo padre Joe non avrebbe mai fumato, non avrebbe nemmeno toccato una bottiglia di whiskey. Adam mi diceva che suo padre non era un sognatore, che forse un sogno non l'aveva proprio mai fatto o se mai l'avesse fatto non se lo sarebbe mai ricordato, ma era un uomo ugualmente saggio e largo di vedute, a tal punto che aveva permesso ad Adam di non fare il suo lavoro, di non riempirsi le mani di calli come aveva dovuto fare lui.
La sigaretta era finita, e con lei anche il momento dedicato a questo primo pensiero. Gli succedeva sempre così. Quando fumava la sua mente ripercorreva l' infanzia costringendolo a ripassare per la strada di casa. Come se quel dannato pacchetto fosse il suo psicologo. Alla fine di quella sigaretta, si era ricordato il perché del suo disprezzo verso le persone pazienti, verso tutti coloro che sanno aspettare senza per questo sentirsi dei falliti. Il "tutto e subito" di Adam non era dovuto ad una voglia spropositata di arrivare nel punto prescelto e nemmeno alla fretta di avere qualcosa. Adam non era paziente perché il tempo non lo era stato con zia Lilly. Era il 18 novembre, le foglie non sembravano volersi staccare dagli alberi, era una di quelle giornate in cui si può passeggiare senza avere fretta. Adam era seduto sul muretto di casa sua, e stranamente quel giorno aveva qualcosa da osservare. Dall'altra parte della strada, quel giorno, Il vicino Jack aveva deciso di pitturare lo steccato, e questo era molto strano. Erano anni che quella casa si presentava nello stesso modo, bianca pallida,consumata, vecchia e tutti ormai c'avevano fatto l'abitudine. Adam proprio non se lo spiegava. Il verde della tintura lo infastidiva,non era pronto per un cambiamento del genere, e non lo sarebbe stato mai più. Un'ora dopo, Lilly, l'unica sorella di papà Joe, sarebbe morta. Adam avrebbe voluto che quella casa fosse rimasta bianca perché inconsciamente credeva che se le cose intorno a zia Lilly non fossero cambiate, non sarebbe cambiata nemmeno lei. Joe quel giorno, e per tutti i 18 novembre che sarebbero venuti, si era seduto sul muretto accanto al figlio, e insieme videro cadere le prime foglie. Così avevo capito. Adam aveva bisogno di credere e di farlo subito perché tutto poteva cambiare in un istante. Un giorno si era svegliato e aveva deciso che quel paese non era più suo, che non era più disposto a sedersi su quel muretto vedendo la sua vita passargli davanti. Sarebbe potuto restare, ma aveva scelto di partire.
: "Ho avuto l'impressione che ti vergognassi mentre cantavi. Perchè?" gli chiesi.
Adam smise di fumare, mi guardò dritto negli occhi e mi disse
: "Chi è l'eroe, quello che resta o quello che se ne va?"

Mi fece l'occhiolino e se ne andò.

martedì 17 novembre 2015

Banalmente sassi





Ticchettii di una vita a fatica. Una vita e basta. Una vita e tante altre. Senti che rumore che fanno i miei occhi, sentilo fino a non poterne più. Rendi il mio fiato più pesante, non farlo sembrare un passeggero incostante. Sento la pelle che si fa più elastica. Sento le gambe che ballano e la musica non smette. Non smette. Rapisci la tua debolezza e dammela. In mano, sul cuore, con i gomiti. Cammino ancora sulla mia rabbia. Ma che bella luna che hanno al di la del fiume. La chiamano per nome e ci fanno l'amore. E poi la musica c'è ancora. Sento che ridono e questo un po' mi dispiace. Prendo la
giacca e vengo con te. Oppure prendi la sabbia e stai da solo. Quanta fame ancora devo avere per poterti accarezzare? 
Quando mi chiamavano "felce" tu pescavi con le mani le parole.
Le canoe erano attaccate agli alberi e dell'acqua si aveva ancora paura. La paura pulita delle cose che ami e non vuoi  toccare. Quasi quasi l'amore lo faccio davvero, tanto che importa a quelli lì, la luna la chiamano comunque per nome. Non ci sono le stagioni per i nostri cognomi. Per i nomi poi, non ci sono le ore e forse nemmeno i minuti. Prendi la tua ingenuità e dammela. In mano, sul cuore, con i gomiti. Passeggio ancora sulla mia incoerenza. So che non basterà la tua pace. La luna è cosi bella quando non è mia. Quando la invidio e mi maledico. Quando la vedo nelle tue braccia e non ne resta nemmeno una parte per me. Sai che il ticchettio sta diventando una musica e non fai niente per fermarmi. Che strano modo che hanno di amare gli uomini al di la del fiume. Se senti anche tu che ridono allora vieni con me. Nelle mani, sul cuore, con i gomiti.E dell'acqua si ha ancora paura. La paura pulita delle cose che ami e non vuoi toccare.


sabato 14 novembre 2015

Il mio diritto, il tuo pretesto



Se la mia presenza immobile su questa sedia potesse bastare a significare il nostro tutto, me ne starei qui, seduta, per sempre.
Devo, invece, spiegare delle cose a quelle persone che ci stanno guardando. Si sono messe in prima fila e so che non se ne andranno fino ai titoli di coda. Anzi, probabilmente resteranno lì a fissarci fino a che lo schermo non sarà definitivamente nero.
Che fatica, che stupida smania di comprendere.
Non so dire nemmeno a me, alla me che ogni tanto va giù in cantina, il perché di tante stranezze.
Strano è l'odore della mia pelle quando è vicina alla tua. Un odore aspro, dolce, imbarazzante. Devo spiegargli, a quei due che si sono accomodati proprio davanti a te, che non possiamo farne a meno. Che ci sono alcune cose che per quanto cerchiamo di evitare non possiamo controllare. Per quanto la testa, la mia, dica sempre no ho l'impressione che si stia abbandonando alla semplicità di un leggero sì. Leggero e scomodo. Per quanto il corpo, il mio, non abbia raggiunto una temperatura equilibrata mi sembra che voglia comunque restare qui, vicino a te.
Strana è questa giostra di mani che alzano l'aria.
Quando guardo la parte di cielo che hai scelto per me mi dico che forse non ne esiste un' altra. Nego a me stessa tutto il resto per credere che ci sia, nel mondo, soltanto quel giardino recintato.
Le carezze dovrebbero servire a questo. A escludere tutto quanto tranne quello che c'è, adesso, qui, in modo esclusivo. Dovrebbero incatenare la curiosità, nascondere la valigia, limitare la visuale. Le tue dovrebbero tenermi seduta qui e obbligarmi a dire soltanto a te quello che adesso sto cerando di spiegare a loro.
So che non avresti mai voluto lasciarmi fare questo ma voglio dirti che non hai nessuna colpa. Non ti giudicare per le notti passate a mordere i miei occhi, a soffiare sulle mie labbra, a cercare respiri pieni. Quei respiri che nemmeno loro adesso possono sentire. I respiri che abbiamo imparato a controllare, a mascherare, a fare nostri in modo assoluto.
Se tutte le nostre modalità potessero effettivamente essere spiegate potrei starmene qui, banalmente, e tutto verrebbe rivelato dalla posizione del mio corpo su questa sedia. Invece devo chiederti scusa. Scusa perché non so parlare con delle parole più misurate. Scusa perché non sono riuscita a preparare un discorso comprensibile ai più. Quello che posso fare è, per il momento, mettere insieme quelle cose che sono visibili a tutti e dirle senza vergogna provando a nascondere le fitte che ho allo stomaco. So che non avresti voluto lasciarmi fare questo. Ma vedi, cuore mio, guarda davanti a te. Lo vedi? Non siamo più da soli. Non più.


mercoledì 11 novembre 2015

Senna



Era lì, sul pontile e scivolava. Qualcuno l' aveva portata li, qualcuno che non voleva vederla più. 
L' aveva presa, trascinata, convinta.
Ora se ne stava lì, quasi per dispetto, come se infondo a stare lì, ferma, quel qualcuno fosse costretto a guardarla. 
Non era notte.
Non era giustificata a cercare luce nel buio.
Non aveva  motivo per stare lì. Proprio nessuno.
In effetti non si poteva fare a meno di guardarla. Aveva un modo di stare immobile che dava ai nervi, un fermarsi arrogante.
Le avresti voluto dire "spostati, non stare lì, almeno non in quel modo!".
Scivolava come solo lei sapeva fare, leggera, immotivata, inadeguatamente leggera.
C'era il sole alla linea. Quella che divide l'acqua dal cielo, che separa il grande dall'immenso. Quella che divideva lei, dentro, tra il cuore e lo stomaco. Proprio per questo se ne stava lì.
Non sapeva cos'altro fare. Quella linea, la immobilizzava.
Eppure a guardarla nessuno avrebbe pensato che in realtà era felice di non riuscire a muoversi.
La guardavi e sembrava terrorizzata, fuori luogo appunto.
Lei, invece, era sollevata.
Avrebbe voluto ringraziare quel qualcuno per averla costretta a stare, finalmente, ferma.
Aveva corso lungo la linea tutto il tempo, tutto quello che le era stato richiesto, con tanto di quel fiato che aveva creduto di non farcela più.
Ma adesso, proprio lì dove non aveva mai pensato di ritrovarsi, aveva trovato la pace.
Ora che era scesa da quella linea per restare sospesa, si sentiva bene.
A volte, pensava, la vita ti porta su strade sconosciute.
Qualcuno ti fa perdere per poterti ritrovare.
Non è vero, pensava, che la certezza è una cura.
Lei si curava perdendosi, trovandosi per caso dove non sarebbe dovuta stare.
Sapeva che una volta andata via da lì avrebbe smesso di sentirsi tranquilla.
Se avesse mosso anche soltanto un dito di una mano, sarebbe caduta.
Stava lì, come un palloncino in aria l'attimo prima di scoppiare.
È solo che lei non sarebbe scoppiata. Si sarebbe mossa e questo avrebbe cambiato tutto. 
Allora per un po' se ne sarebbe stata lì, ferma, solo per il gusto di rimandare l'inevitabile.
Avrebbe aspettato il momento giusto per scegliere di cambiare.
Avrebbe mosso un dito e poi,
Puf...

sabato 7 novembre 2015

Elogio



Care parole,
cari indumenti comodi,
oggi voglio ringraziarvi e perdonarvi.
Lascio alla mia penna il compito di scegliere tra di voi le più coraggiose, quelle che sanno esserci subito senza filtri.
La soglia tra il rumore e il suono, il mare, la strada, la brina.
Il tuono, il vuoto, il fruscio.
Tengo per me le lettere più dure, quelle che graffiano, quelle che nutrono.
Addolcisco con il blu il fiore del mai e do al tunnel una luce calda e rassicurante.
I fili che collegano le cose sono impercettibili per chi sta seduto, invisibili per chi resta in piedi.
Mi sdraio su un letto di punti e virgole e vi vedo.
Cari vestiti, io finalmente vi vedo. 
Siete filamenti, catene, corde che tengono uniti tutti questi occhi.
E siete belle, parole mie, siete mie.
Da qui non se ne va nessuno, non più.
Sento tra le dita i vostri nodi e non ho paura.
So che li stringerete sempre più forte. E non ho paura. Non più.
Forse sarei dovuta cadere senza trovarvi e imparare a modellare la terra senza l'inchiostro.
Forse mi sarei dovuta tuffare nel mare delle cose senza di voi per poter essere realista, per diventare una di qui.
Mi avete reso una clandestina, mi avete protetto con pietre e ghiaccio e adesso non so più tornare indietro.
Oggi, però, vi perdono per avermi salvato.
Allora continuate pure.
Chiedetemi il rispetto dei giorni a metà, quelli che iniziano più tardi e finiscono senza ma.
Parlatemi di distanza. Ditemi l'assenza.
Imponetemi il rifiuto dei giochi in superficie.
Datemi sempre pietre, pietre e ancora pietre.
Salvatemi dal desiderio di abitare un mondo che non sa più corteggiare.
In cambio io vi porterò dovunque e sarete le più belle, le più invidiate, le più ripetute.

Lancio una moneta questa sera.
Se esce testa scrivo Padre,
se esce croce scrivo Madre.
Anzi, 
la lancio domani.
Aspettatemi
e perdonatemi.

mercoledì 4 novembre 2015

Cambio di stagione



In questi momenti, quando penso a quelli che in qualche modo cercano un modo per capire, tendo a distaccarmi, ad allontanarmi il più possibile da questi pensieri. Supero il ricordo e cerco di rimetterlo al suo posto, come fanno quelle persone che sorridono forzatamente il secondo dopo che una catastrofe le ha investite. A quanto pare, questo, lo so fare bene. L'attimo dopo che un dubbio mi assale, prendo il pensiero in mano, lo analizzo quel tanto che basta per capire che non è il caso di farlo diventare un problema e lo nascondo in un angolo appositamente creato nella mia mente, l'angolo delle cose volutamente cancellate, l'angolo, quindi, delle vigliaccherie, quelle che prima o poi sbucano fuori e ti costringono a fare i conti con tutto. Così, anche questa volta, il pensiero di quelli che cercano una soluzione è stato rinchiuso e al suo posto è sbucato fuori il desiderio di costruire qualcosa con questi pezzetti di legno che ho trovato in mezzo al prato. Montare, accozzare pezzi di cose trovate qua e là mi fa venire in mente la suora, quella della montagna, e Pit, il ragazzino protagonista delle storie che mi raccontava mia nonna in quei pomeriggi seduti sulla panchina, vicino a quella casa dove aveva deciso di morire.
Il pettine bagnato sotto l'acqua, i capelli da una parte, i denti lavati, il borotalco messo. Per Pit la domenica era il giorno della camicia profumata. Si preparava tutte le volte allo stesso modo, tutte le volte con la stessa emozione. Fin da quando era davvero piccolo, la nonna gli aveva insegnato che per andare in chiesa bisognava rendersi presentabili e per questo motivo tutte le domeniche gli faceva trovare dentro l'armadio la camicia, la giacchetta blu e il pettine appoggiato sopra. Era contento, tutte le volte come fosse la prima, perché per lui, quello era il giorno pulito. Entrato in chiesa, si sedeva vicino al padre e alla nonna e in silenzio vedeva passare davanti a se tutti i personaggi delle sue favole. Immaginava i credenti come cavalieri di un paese sperduto diretti verso l'altare del re che con la sua spada conferiva le onoreficenze. Pit era fatto così, per provare piacere nelle cose, anche le più noiose, doveva immaginarle in un altro mondo, con altri personaggi, con altre storie. Nella sua mente, la suora seduta in prima fila era sempre la principessa più bella del reame. Tra tante ragazze che entravano, era sempre a lei che dava il ruolo più bello, ma non lo diceva a nessuno, avrebbero pensato male. Sapeva, dalle storie della nonna, che le suore e i preti non dovevano essere guardati in un certo modo, perché è a Dio che loro guardano ed è il cielo il loro regno. Tutte le volte, Pit entrava e la cercava, tutte le domeniche, per anni. Tornava a casa, si toglieva la camicia e con il legno che aveva a casa costruiva crocifissi, come quelli che portava lei. Li costruiva tutte le volte perché in cuor suo sperava un giorno di poterglieli regalare, senza guardarla in nessun modo, portarglieli come un cavaliere porta un dono alla sua principessa, senza ricompensa, senza doppi fini. Quella sua passione per gli oggetti era nata proprio una di quelle mattine in chiesa mentre guardava la sua meravigliosa dama. L'oggetto lo distraeva dal pensiero, lo estraniava dal problema, lo aiutava a realizzare l'idea e ad accantonarla nel cassetto.

E così le mie idee, anche oggi, ancora oggi, sono state messe all'angolo.
Che bella questa fionda.
Che bella.