martedì 29 dicembre 2015

Binari




Viaggio alla ricerca della parola più difficile. Percorro strade sconosciute e mi affido alle righe degli uomini che sono quello che hanno avuto il coraggio di scrivere. Mi affido alle loro lettere, a loro che sanno dire il non detto con l'inchiostro più semplice. Onestamente, devo dirlo, mi fido di alcuni, pochi, pochissimi, tra questi. Cerco la mia parola, la più difficile, la più sofferta e non la trovo. Su queste vie sento echeggiare mondi lontani, città invisibili, dove Marco Polo disegna per me i contorni di quelle vite che io non vivrò mai. Marco Polo. L'uomo scelto dall'uomo che io ho scelto. Mi illudo, allora, che tra questi vicoli, qualcuno stia aspettando di scegliere me e la mia, ancora, banale parola. La conoscenza balla in piazza con l'esperienza e se la ridono. Dovreste vederle. Se fossi meno vigliacca, meno egoista, meno pigra, leggerei ovunque a qualsiasi costo. Leggerei e non sarei mai sazia. Se fossi meno cosciente della mia malattia adesso ballerei anche io al centro di questa inesistente città.
Marco Polo, mio amato, mia guida, prescelto del mio prescelto, da te voglio sapere soltanto tre cose.
Esiste una città in cui regalano la curiosità, dove questa non è data per scontata a tutti ma viene concessa in caso di mancanza?
Esiste un luogo in cui la mia parola possa avere il senso del nuovo senza la conoscenza del vecchio? Esiste un posto in cui io possa essere senza essere stata?
Parla ora,
ti prego
parla.

lunedì 14 dicembre 2015

Assenza. Astinenza. Ascolta



Pag. 28
Diario anonimo

"Le mie necessità riposano sulle rive dei mari più aspri.
Quel che è necessario, quando è impossibile, diventa quello che non si ha.
Lo stomaco si chiude a intervalli discontinui e io non riesco a calcolare la distanza che intercorre tra una fitta e l'altra.
Fa male, mio cuore, fa male, miei occhi, fa male tutto e non smette.
A intervalli, quando vuole, lo stomaco mi parla e mi riempe di insulti.
Io metto le mani nell'acqua nella speranza che possa avvenire il miracolo.
Che l'acqua mi dia quel che per me è necessario.
Quante bugie dette alla mia pelle per farla sembrare normale.
Le parole cattive, quelle che sporcano le serrande della casa sul lago, a me fanno più male. 
Male quando non sanno fermarsi,
male quando la bocca che le dice si spalanca e non si chiude più.
Dio che male, Dio.
La bocca, io, me la tappo ancora e ancora.
Gli occhi, però, non so chiuderli.
Lo vedo e non lo spiego sperando che sbiadisca
e non sbiadisce mai.
Quando diventerò io il lago
e tu la finestra
e loro le parole cattive che sporcano?
Le mie necessità sulle rive di questo mare aspro,
ecco dove sono.
Io non le prendo, non mi va.
Da qualche tempo mi faccio fare la vita dagli altri e nel sotterraneo non ci vado più.
Non ho più un posto, capisci?
Ma che ne vuoi sapere tu che di posti sicuri ne hai quanti ne vuoi.
Io ne avevo uno, uno solo e adesso
mi faccio fare la vita e non vivo più.
Urlo, piango, strappo il foglio, abbasso la serranda e mi piego.
Lo stomaco fa così male che ormai ho disimparato a respirare.
Se avessi avuto un sogno, un portafoglio e una bustina di the sarei stata una regina.
Poi tanti "bla" troppi "cosa?" altrettanti "aspetta" e io la regina non l'ho mai saputa fare.
Dio che male,
Dio.

sabato 5 dicembre 2015

I nomi che spiegano

                    Foto di Andrev Antonelli

Esaù ha un problema: dipende dai suoi problemi.
Qualche volta, quando è da solo a casa, chiude la porta a chiave, apre la finestra e si siede lì, davanti a tutto. Una scena simile a "L'infinito" di Leopardi e al "Mi isolo" di Chiunque.
Guarda la sua vita Esaù.
La vede sugli alberi, sui tetti, nelle strade, alle fermate degli autobus.
A stare lì, Esaù, la da vinta a tutti quelli che hanno sempre pensato che non si sarebbe potuto chiamare in nessun altro modo. Un uomo intrattabile, solo questo e niente più.
Non parla, non sogna, non gioca, non si brucia. Se ne sta su quella sedia e per qualche ora si lascia accarezzare dalla sua malattia. I telefoni squillano contemporaneamente in ogni casa intorno a lui lanciandogli segnali di collettività. Un uomo solo, però, beve soltanto dal suo bicchiere. Un uomo solo davanti alla finestra, vede soltanto la sua vita e quella di nessun altro.
La disintossicazione, lo sa bene, è un lavoro che richiede sacrificio.
"Non chiedetemi, vi prego, di lasciare questa sedia. Sono un uomo buono, un uomo gentile.
Non faccio male a nessuno da qui, lo giuro."
La finestra fa di Esaù un uomo vigliacco. Come chi ha deciso di smettere di fumare e lascia un pacchetto di sigarette nel cassetto. Come chi diventa vegetariano e toglie il prosciutto dal panino.
Se la patologia resta a portata di mano ci si sente rassicurati. Questa è la verità.
I disturbi che si eliminano senza troppa fatica sono bruscolini già sbucciati e Esaù non mangia quasi mai. Quasi niente.
Un uomo intrattabile, burbero, rude. Tutto questo è quello che vuole essere. È inutile che finga a se stesso di essere una presenza leggera. Lui da quella finestra non spiccherà mai il volo.
Resta seduto, cementato a terra, incollato con i suoi problemi a un pavimento che sotto non ha altro che pietre.
L'altra verità è che la consapevolezza (che il grande pregio dell'uomo) rischia di diventare nemica di chi ha una dipendenza. Esaù, ad esempio è un uomo intelligente e difettoso. È cosciente di avere quel problemuccio lì ma lo vuole a tutti costi tenere al riparo. È consapevole di avere un male che non vuole curare.
Guarda la sua vita Esaù e sembra così bella vista dalla sua prospettiva.
La vede ovunque, su chiunque. Sugli alberi, sui tetti, nelle strade, alle fermate degli autobus. La vede e, quando vuole, la vive.

I problemi, a volte, sono così importanti che non si può far altro che custodirli, gelosamente, scrupolosamente, furtivamente, per sempre. Su una sedia, davanti a una finestra.